Eric 2010: Intel, UE e il punto sulla ricerca in Europa

Eric 2010: Intel, UE e il punto sulla ricerca in Europa

Uno sguardo ad alcuni studi presso gli Intel Labs Europe, nonché l'occasione per sentire il parere di membri della Comunità Europea e accademici sul fronte della ricerca nel Vecchio Continente

di Alessandro Bordin pubblicato il nel canale Mercato
Intel
 

L'importanza del consumo energetico e dell'istruzione

C'è un punto comune su cui tutti concordano. L'ottimizzazione dell'hardware informatico a livello energetico è sì importante, ma a livello globale ha un impatto minimo se considerato solo finalizzato a sé stesso. Per fare un esempio, non è realizzando un processore che consuma 2W in meno che si affronta il problema energetico, quanto sfruttando i mezzi offerti dalla tecnologia per ottimizzare buona parte delle attività umane che comportano l'utilizzo di energia.

In base a calcoli Intel, l'ottimizzazione del consumo energetico relativo alle macchine, siano essi PC normali o datacenter, influisce al massimo del 2%  sul potenziale risparmio. Un margine che diventa davvero immenso se si pensa di utilizzare la tecnologia nella attività umane finora poco razionalizzate. Si va dall'illuminazione domestica all'automotive, passando per il campo medico, finanziario e, ovviamente, alla produzione stessa di energia. Qui entra in gioco Thierry Van der Pyl, Director, Components and Systems Information Society & Media Directorate-General della Commissione Europea, che espone le prime problematiche che dovrà affrontare l'Europa in tempi molto brevi.

Mr. Van der Pyl parte con alcuni indicatori chiave, facendo notare come nel ranking mondiale delle università ne figurino solo due europee fra le prime venti, tra l'altro in Gran Bretagna che in Europa la si trova solo geograficamente. A fare da traino a queste fondamentali fucine del futuro management mondiale è proprio la ricerca, ritenuta vitale negli Stati Uniti, capace di chiamare a sé molti dei "cervelli in fuga" da tutte le parti del mondo. Quanto emerge dalle prime parole, dure, di Van del Pyl è chiaro: l'Europa deve capire che la ricerca non è un peso ma un investimento, che deve partire dalle università per arrivare all'industria.

Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano più premi Nobel di tutti gli altri Paesi messi insieme. La possibilità di fare ricerca con fondi dignitosi e una certa attenzione verso le proposte interessanti degli studenti fa convergere proprio qui le menti più brillanti o audaci, perché in altre zone geografiche sarebbero destinate a forti limitazioni o a vite accademiche del tutto frustranti e senza futuro. Non si tratta però di pessimismo senza risposte. Van der Pyl sfrutta il palcoscenico dell'Eric per mandare un messaggio chiaro, invitando governi a investire molto più del 2% del PIL attuale (nel migliore dei casi), perché si tratta di investire sul futuro dell'Europa stessa e della sua competitività a livello globale.

Fra gli obiettivi del 2020 si trova quello di far collaborare molto di più il mondo accademico con quello aziendale, per minimizzare ricerche inutili e inserire direttamente il miglior organico nella macchina produttiva. Una ricetta "made in USA" che non deve far vedere Mr. van der Pyl come un ingrato esterofilo, poiché è sua convinzione (e mia) che in un appropriato substrato  accademico e industriale l'Europa avrebbe tutte le carte in regola per giocarsela con chiunque.

Ben vengano quindi i finanziamenti da aziende private presso le università, cercando di rendere più concreto e meno teorico il percorso di studi. Il discorso si è poi dilungato sull'importanza dei mezzi economici messi a disposizione dalla UE, spesso spesi male o in modo comunque non adeguato. L'invito è comunque chiaro: rimboccarsi le maniche e far passare come urgente l'importanza della ricerca, messa in un angolo da molti governi in virtù del suo non immediato ritorno finanziario. Una miopia che ha già fatto molti danni.

 
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