BeIntoo: la startup italiana della gamification

BeIntoo: la startup italiana della gamification

BeIntoo, la startup completamente italiana che ha vinto la Startup Competition a LeWeb 2011 nel mese di dicembre, ha organizzato un evento a Milano per condividere con la stampa italiana il suo progetto e i suoi propositi in vista del futuro. Scopriamo qual è la sua area di competenza, legata alla gamification, da chi è formata e quali sono le prospettive. All'interno l'intervista con Antonio Tomarchio, CEO di BeIntoo.

di Rosario Grasso pubblicato il nel canale Mercato
 

Startup

In Italia c'è un grosso intensificarsi delle iniziative imprenditoriali intorno a più o meno interessanti idee riguardanti il mondo della tecnologia. Come ci ha raccontato lo stesso Tomarchio durante l'evento tenutosi lo scorso 13 gennaio a Milano, in Italia ci sono meno fondi rispetto agli Stati Uniti, ma naturalmente ci sono anche meno competitor che ambiscono a questi finanziamenti. Ci sono tantissime difficoltà nel creare una startup, ma come insegna il caso di BeIntoo se l'idea è buona e solida, con prospettive per il futuro, ci sono grandi possibilità di successo.

Alcune startup italiane hanno ricevuto dei consistenti finanziamenti negli Stati Uniti, e hanno optato per il trasferimento nella Silicon Valley. Quello che ci vuole comunicare BeIntoo, tuttavia, è che è comunque possibile coltivare il sogno anche in Italia, pur mantenendo un contatto, soprattutto a livello di business development, in California.

Tomarchio e il suo team hanno fatto diversi tentativi negli Stati Uniti. Sono andati alla ricerca dei finanziamenti con l'applicazione pronta e funzionante e con le API disponibili sia per Android che iOS. "L'era di PowerPoint è ormai finita", ribadisce continuamente Tomarchio. In questo diventa fondamentale il ruolo di quelli che nel gergo degli startupper vengono definiti "business angel". Si tratta di investitori che solitamente richiedono una piccola partecipazione ai fondatori, e che sono fortemente risk oriented. BeIntoo ha attualmente tre angel, con cui intesse fitti rapporti che riguardano anche le linee guida dello sviluppo.

Le difficoltà nel reperire finanziamenti negli Usa hanno indotto BeIntoo a tornare a rivolgersi al mercato europeo ed italiano. Gli investitori americani, soprattutto i grossi venture capital, preferiscono finanziare progetti locali, e guardano con molta diffidenza le iniziative che provengono dall'estero e dall'Europa.

"La ricerca di fondi è una sfida fondamentale perché è necessario essere finanziati per poter avere la tranquillità di lavorare focalizzati sul prodotto e senza distrazioni", ha aggiunto Tomarchio. "In Italia esiste una comunità di angel e inizia a esserci una comunità di venture capital di rilievo formata da persone competenti. È chiaro che non vi è la stessa disponibilità di fondi che si può avere negli Stati Uniti, ma è anche chiaro che il numero di startup è decisamente ridotto".

"Il mio suggerimento per chi fa startup in Italia è di partire in Italia, perché vi sono dei fondi e perché è possibile trovare le persone giuste e successivamente verificare come va l'espansione sul mercato. In ogni caso, se si riesce ad avere traction, gli sviluppatori stranieri possono investire su una società italiana".

"Non è necessario trasferirsi in via definitiva in Silicon Valley", continua il CEO di BeIntoo. "La Silicon Valley è un luogo di connessioni importanti ed è necessario esserci. Noi, di fatto, abbiamo una presenza di business con due persone. Però vi è anche una qualità di risorse umane, professionali, ingegneristiche, eccellente qui in Italia, e quindi non vedo la necessità di trasferire l'intero team in Silicon Valley. Si può rimanere in Italia, la condizione è pensare globale fin dal primo giorno, quindi guardare subito ai mercati internazionali".

La questione Usa (o estero) contro Italia in fatto di raccolta fondi è aperta, e se ne discute diffusamente sui tanti blog su cui si parla del fenomeno startup. Due sono i casi eclatanti che sembrano darla vinta al fronte esterofilo: Mashape, la "Wikipedia" della creazione software, un servizio che vuole dare la possibilità agli sviluppatori di creare nuove applicazioni web come fossero puzzle; e Cibando, il motore di ricerca dei ristoranti che consente di facilitare la scelta in base a food experience, fotografie e raccomandazioni.

Mashape ha ricevuto un consistente finanziamento da un paio di investitori statunitensi che sulla rete vengono definiti “Youtubers”, perché hanno contribuito allo sviluppo del popolare fornitore di contenuti video. Il finanziatore principale di Cibando è invece Point Nine Capital, la famosa angel venture capital con sede a Berlino.

Sembra, insomma, che o si va all'estero o non ci siano possibilità. Ma qualcosa sta cambiando, stando ad alcuni esperti insider del settore delle startup italiane, come Marco Magnocavallo, co-fondatore di Blogo, il famoso network di blog verticali che in passato ha fatto parte proprio di Dada e che successivamente è stato ceduto a Populis. "Che qualcosa si stesse iniziando a muovere lo si vedeva già da qualche tempo. I segnali degli ultimi mesi sono stati chiari e forti: due StartupNight in pochi mesi con oltre 500 persone, l’ultimo MindTheBridge con pitch di alto livello e Beintoo che vince la Leweb Competition", scrive Magnocavallo sul suo blog, in cui fa un interessante elenco delle startup italiane che hanno ricevuto finanziamenti (anche se il dato di BeIntoo sembra da aggiornare).

Chiaramente tutto questo deve basarsi anche su una solida base di partenza che è di competenza dello Stato, come rimarca a gran voce lo stesso Tomarchio. "La nostra classe dirigente sembra non cogliere l'importanza della tecnologia e non ci fornisce le basi per costruire un qualcosa che possa sostenersi autonomamente anche in futuro", dice il fondatore di BeIntoo. Sembra che qualcosa si stia muovendo anche in questo ambito, come ricorda lo stesso Tomarchio citando l'impegno che si è assunto a dicembre il Ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera a proposito di Agenda Digitale.

Si tratta di una delle sette iniziative faro presentate dalla Commissione Europea all'interno della strategia Europa 2020, che fissa alcuni obiettivi di crescita da raggiungere. Questa agenda digitale propone di sfruttare al meglio il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) per favorire l'innovazione, la crescita economica e il progresso. Quello che chiede l'Europa all'Italia, e su cui la politica italiana sembra essersi impegnata, è l'adeguamento agli standard europei in fatto di competitività delle tecnologie di connessione a internet, con un piano incentrato soprattutto sulla diffusione di una banda ultra larga, ovvero una connessione dotata di una velocità tra i 30 e 100mbps.

Il Piano sottoscritto dal governo Monti si prefigge di fatto di azzerare il digital divide italiano, ma propone, tra le altre cose, anche norme di semplificazione amministrativa, incentivi alla domanda per incrementare la penetrazione di internet nelle famiglie italiane, misurazione della qualità del servizio internet a tutela del consumatore, sperimentazione di servizi di Cloud Computing.

 
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