Le città del futuro: Smart ma soprattutto sostenibili

Le città del futuro: Smart ma soprattutto sostenibili

I trend della società di domani renderanno le Smart City un'esigenza imprescindibile: per questo è importante prestare attenzione alla loro sostenibilità e all'impatto sull'ambiente. Uno standard ITU prova a delineare dei parametri di valutazione

di Andrea Bai pubblicato il nel canale Mercato
 

Smart Sustainable City

La città marittima di Genova è stata teatro, nella settimana appena trascorsa, di una serie di importanti appuntamenti dedicati al tema delle Smart City racchiusi sotto il cappello della Genova SmartWeek e nella cornice di Palazzo Ducale. Il filo conduttore è ovviamente la crescente consapevolezza sul ruolo chiave delle città nella creazione di un futuro migliore e l'attenzione, riconosciuta dalle istituzioni dal locale all'internazionale, verso l'adozione di un diverso approccio alla crescita urbana.

Di fatto la concretizzazione del concetto di Smart City diventerà un'esigenza imprescindibile nel futuro, legata ad aspetti sociologici e politici che innescheranno una tendenza verso la necessità di creare ambienti "intelligenti" capaci di garantire un elevato livello di qualità della vita e di crescita economica. E' pertanto indispensabile che le Smart City di domani siano, innanzitutto, sostenibili: è su questo aspetto che si è concentrato il forum "Smart Sustainable Cities" organizzato dall'International Telecommunication Union nel contesto della Genova SmartWeek.

E' in particolare il Working Party 3 del ITU-T Study Group 5 che si occupa di questi aspetti: si tratta di un tavolo di lavoro molto sensibile alle tematiche ambientali e che già in passato si è occupato in particolare di aspetti legati all'e-waste, definendo anzitutto uno standard comune per gli alimentatori per telefoni cellulari e in seconda battuta uno standard per gli alimentatori dei computer portatili. Tra le attività del tavolo di lavoro vi è anche la definizione di direttive per la realizzazione di infrastrutture ICT più resistenti ai cambiamenti climatici. Uno degli ultimi lavori dell'ITU, condotto in porto assieme all'ETSI (European Telecommunication Standardization Institute) è l'allineamento degli standard sulla metodologia di valutazione dell'impatto ambientale degli apparati ICT, definendo quali parametri debbano essere presi in considerazione (per esempio modalità di costruzione, materie prime utilizzate, trasporto).

L'allineamento dei due standard è stato fortemente spinto dalla Commissione Europea, la quale sta inoltre lavorando alla definizione di uno standard che permetta di valutare l'impatto ambientale di un'intera città. Si tratta di un lavoro molto importante, il cui scopo ultimo non sarà quello di fissare dei limiti cui le varie aree urbane dovranno sottostare, quanto più la volontà di fornire alle amministrazioni uno strumento che consenta loro di valutare i rapporti tra costi e benefici di un'eventuale opera o progetto.

Paolo Gemma, Presidente Working Party 3 di ITU-T, Study Group 5, ha commentato: "Il gruppo di lavoro sulle smart sustainable cities sta eleborando una serie di documenti nei quali si determinano i parametri per definire una città intelligente e sostenìbile. Stiamo stabilendo anche le modalità con cui fornire informazioni ragionevoli al pubblico e discutiamo delle misure da adottare per rendere le strutture più sicure e affidabili in caso di situazioni critiche causate dai cambiamenti climatici".

Parlando poi del tema Smart City in senso più trasversale, Gemma osserva come in realtà ad oggi non esista una definizione univoca di riferimento al concetto "Smart City" e che la stessa ITU sta lavorando in questi mesi proprio all'identificazione di una serie di KPI che aiutino nelle operazioni di valutazione di una città, tenendo conto di vari aspetti che vadano oltre l'efficienza energetica e il livello di servizi e che comprendando anche livello di istruzione e qualità della vita.

Osservando più nello specifco il panorama italiano Gemma si trova a constatare come il problema più ingombrante sia la mancanza di un coordinamento capace di identificare i progetti già avviati nelle varie realtà locali e che hanno mostrato successo e di proporli e trasferirli ad altre realtà. Una situazione di "campanilismo" tipica del Bel Paese, laddove anche piccoli comuni inseriti in un medesimo contesto territoriale non riescono a trovare un interesse condiviso per consorziarsi allo scopo di realizzare soluzioni che diventerebbero economicamente più accessibili e a beneficio di tutti. In un contesto simile il ruolo di aziende private può essere chiave, andando anzitutto a fungere da "circolatore di informazioni" e quindi proponendo soluzioni che siano economicamente sostenibili soprattutto nel corso del tempo e che seguano standard ben definiti e cosiddette "best practices".

 
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