Dalla Stanford University una batteria che si auto-estingue in caso di combustione

Dalla Stanford University una batteria che si auto-estingue in caso di combustione

Un guscio che contiene una sostanza capace di soffocare le fiamme: questa l'idea dei ricecatori di Stanford. In caso di combustione, il guscio si scioglie rilasciando il ritardante

di Andrea Bai pubblicata il , alle 15:01 nel canale Scienza e tecnologia
 

La stragrande maggiornanza delle batterie presenti nei dispositivi elettronici che utilizziamo ogni giorni è basata sulla tecnologia litio-ione, che fino ad ora si è dimostrata essere una tecnologia capace di coniugare efficienza, compattezza e costi di produzione. Purtroppo è una tecnologia che talvolta pecca in sicurezza, rendendo le batterie piuttosto pericolose se si surriscaldnano poiché potrebbero prendere fuoco ed esplodere. Come in molti ricorderanno, l'ultimo protagonista con gravi problemi alle batterie è stato lo smartphone Galaxy Note 7 di Samsung.

I problemi delle batterie litio-ione sono spesso imputabili a piccoli difetti di fabbricazione o a una carica troppo rapida (al netto delle tecnologie appositamente sviluppate a tale scopo) che vanno a compromettere la reazione chimica che può portare il surriscaldamento della batteria e nei casi più gravi la frattura degli elementi di contenimento con possibile esposizione all'ossigeno e il conseguente rischio di combustione.

Un gruppo di ricercatori della Stanford University ha però individuato una soluzione che potrebbe permettere di sviluppare batterie più sicure. Nella pubblicazione, su Science Advances, i ricercatori descrivono lo sviluppo di batterie "auto-estinguenti" che sono capaci di soffocare le eventuali fiamme in pochissimo tempo. I ricercatori hanno inserito un guscio di un particolare polimero all'interno di ciascuna batteria che contiene un ritardante (trifenilfosfato) che ha la capacità di sopprimere la combustione degli elettroliti. Il guscio fonde a 150°C, rilasciando il ritardante e permettendo così di soffocare qualsiasi sviluppo di fiamme.

In passato sono già state sperimentate soluzioni con l'impiego di trifenilfosfato, che però era semplicemente mescolato con gli elettroliti all'interno della batteria: questa impostazione portava però ad un sensibile degrado delle prestazioni, tale da non rendere le batterie adeguate all'uso pratico. Nel progetto dei ricercatori di Stanford non è però chiaro quanto spazio venga occupato all'interno della batteria dal guscio contenente il ritardante e quindi quale sia il prezzo da pagare sul lato prestazionale. E' ragionevole supporre che batterie di piccole dimensioni, come quelle che equipaggiano smartphone e tablet, potrebbero non essere idonee ad integrare un sistema del genere.

1 Commenti
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Mr Resetti18 Gennaio 2017, 10:03 #1
Qua è riportata decisamente meglio:

http://www.ansa.it/sito/notizie/tec...068c0d19a4.html

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