Aggregatori di notizie in UK saranno regolarizzati?

Aggregatori di notizie in UK saranno regolarizzati?

Decisione simbolicamente importante della Corte Suprema del Regno Unito, che riconosce diversi diritti a chi produce contenuti che verranno poi aggregati da altre realtà

di Alessandro Bordin pubblicata il , alle 15:12 nel canale TLC e Mobile
 

L'avvento del web ha portato con sé diversi vantaggi ma anche problematiche, fra cui la possibilità di far correre da una parte all'altra del mondo le notizie provenienti da realtà giornalistiche affermate. Un vantaggio e un problema, dicevamo, in base al punto di vista dal quale si osserva il fenomeno. La possibilità di consultare più testate contemporaneamente, quando un tempo per informarsi si andava esclusivamente in edicola ad acquistare la testata preferita, ha portato con sé una modalità di consultazione più frettolosa ma al contempo più aperta ad ascoltare diverse voci, complice la disponibilità a portata di click delle stesse.

Sono nati così gli aggregatori di notizie, ovvero dei veri e propri contenitori di link in grado di accorpare notizie su tematiche simili, utili a venire incontro alle nuove modalità di consultazione. Il problema nasce a monte, ovvero per chi le notizie le produce di prima mano. Il passaggio attraverso gli aggregatori porta inevitabilmente a consultare la testata in maniera mirata, attraverso il link dell'aggregatore, evitando quindi di visualizzare altri contenuti della stessa, come si sarebbe portati a fare passando ad esempio per la home page.

Si tratta di un problema che con cadenza ciclica torna alla ribalta, ma questa volta esiste una sentenza dell'Alta Corte del Regno Unito che pone alcuni obblighi a chi gestisce un aggregatore. La sentenza non è destinata a provocare un terremoto, sia chiaro, poiché non riguarda la totalità degli aggregatori, come per esempio Google News.

La sentenza afferma che alcuni particolari aggregatori, che accorpano notizie sul web a pagamento e non libere, non possano vendere il proprio servizio senza dare un compenso, seppur minimo, alle fonti primarie. Siamo quindi della situazione in cui aggregatori per aziende, ad esempio, vendono il proprio servizio di raccolta informazioni a particolari realtà dell'industria, senza riconoscere nulla alla testata che ha prodotto la notizia.

Nel caso specifico esposto da Wired l'Alta Corte ha riconosciuto alla Newspaper Licensing Agency (NLA, associazione di editori del Regno Unito) di chiedere un compenso agli aggregatori Meltwater News e Public Relations Consultant Association (PRCA), che basano i propri servizi proprio sulla fornitura a pagamento di link alle aziende.

Il caso di Google News non rientra in questa casistica poiché le fonti primarie offrono i propri contenuti gratuitamente sul web, giusto per fare chiarezza su un tema non certo di immediata comprensione. Una sentenza che però non si veste di un valore assoluto e perenne, in quando le aziende che hanno perso la causa hanno annunciato di voler fare ricorso.

1 Commenti
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Paganetor02 Dicembre 2010, 15:29 #1
potrebbero rientrare in questa categoria anche i siti che fanno rassegne stampa?

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